Quando ero piccola
Quando ero piccola mia madre mi tagliava sempre i capelli corti con la scusa del sudore. E dato che, all'epoca, i tagli corti femminili non erano contemplati da parrucchiere alcuno, va da sé che io assomigliassi ad un maschio. Nonostante dentro di me si consumasse una tragedia (dal mio punto di vista essere considerata maschio equivaleva ad essere brutta), non ho mai parlato a mia madre del problema, ma l'ho sempre gestito da sola. Ricordo che, al mare, stufa di vedere lo stupore dipingersi sul volto dei bambini sconosciuti alla mia esclamazione: "Ciao, mi chiamo Luisa...", avevo preso a rispondere "Marco" o "Andrea" alla domanda: "Come ti chiami?". Meglio rinnegare il proprio essere, che scorgere negli occhi di un bimbo sconosciuto lo stupore per un nome che mal si adattava al mio aspetto. Il problema, rientrato negli anni successivi grazie alla crescita dei capelli prima e delle tette poi, si è ripresentato tale e quale negli anni di lavoro come educatrice nelle case di riposo per anziani. A causa della mia voce baritonale, delle divise che non esaltano le forme femminili e delle compromissioni cognitive della maggior parte degli ospiti dell'RSA, ecco che tornavo ad essere il maschietto della mia infanzia. Le scene migliori si sono verificate quando venne assunto un collega che mi somigliava per stazza, statura, colore dei capelli e miopia. Indossando la stessa divisa ma non lavorando mai nello stesso turno, gli ospiti ci confondevano continuamente. Per alcuni eravamo la stessa persona che cambiava sesso a piacimento. Ricordo quella volta in cui la mitica L.B., vedendomi fuori turno e in abiti "civili" mi chiese: "Ma tu preferisci essere donna o uomo?". Per altri eravamo due gemelli, di cui lui femmina ed io maschio. Pensate che le rare volte che, guardandomi, l'anziano di turno non si sbagliava sulla mia identità, spesso interveniva il mio vocione che lo salutava a confonderlo del tutto: "Da lontano ti avevo scambiato per Luisa, ma dalla voce ho capito: ciao Marcello!". Oppure quella volta in cui, rompendo il ghiaccio con un'ospite nuova, che in effetti mi guardava perplessa, essa mi chiese: "Ma tu sei una donna, no?" ed alla mia risposta che sì, effettivamente lo ero, mi domandò: "Ma non riesci a parlare con una voce un po' più femminile?". E a nulla valse spiegarle che no, non potevo, perché questa è la mia voce: dopo altri 10 minuti di chiacchiere, me lo chiese di nuovo: "Ma non riesci proprio...?". Ora lavoro coi bambini e questo problema, così grave nell'infanzia, più divertente nell'età adulta, non esiste più. Probabilmente ho ripensato a questi episodi perché vedo bambini tutto il giorno e spesso mi interrogo sulle piccole, grandi tragedie che sicuramente alcuni di loro vivono senza chiedere l'aiuto di nessuno. Pensare che tutti avrebbero il diritto di vivere un'infanzia spensierata. Non so perché vi ho raccontato queste vicende. Forse perché vorrei che i bambini mi leggessero e capissero che la vita può davvero essere dura anche a quell'età, ma che non sono soli. Io, la bidella, per esempio ci sono.
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