Bicchiere mezzo pieno bicchiere mezzo vuoto

Ho sempre pensato (e di conseguenza sostenuto) che tutti i lavori siano egualmente dignitosi e che ciò che nobilita non è la professione in sè, ma la dedizione e l'impegno con cui la si svolge. Per intenderci: meglio l'ultimo degli sguatteri che adempie alle sue mansioni al meglio, che un docente universitario lavativo. Tuttavia, da quando la vita mi ha condotto al lavoro di bidella, considerato a tutti gli effetti umile rispetto ad altri definibili prestigiosi, ebbene questo mio modo di pensare vacilla. Detto in parole povere: sento di aver buttato la mia vita e vorrei la possibilità di tornare indietro nel tempo per poter effettuare le scelte giuste e riuscire a "fare di più". Perchè io so che ne avrei avute le possibilità e le capacità. Che tristezza infinita. Per fortuna le scuole pullulano di esseri dalle dimensioni ridotte che, oltre a correre, spintonarsi, sbattere porte, schiamazzare, ridere per niente e per tutto e sporcare in maniera inverosimile, sanno anche risollevare le autostime più subacquee. E nelle maniere più disparate. C'è chi mi corre incontro a braccia aperte, chi mi "batte il cinque" e chiama "fra", chi fa a gara coi compagni per raccontarmi le "sue cose" e chiedere consiglio, chi mi dedica un sorriso accennato perché troppo timido per dire qualcosa. Poi ci sono quelli che mi mettono in mano piccoli, adorabili biglietti che recitano frasi come: "Buon martedì Lois!", oppure: "Ti voglio bene perché mi ascolti sempre", o ancora: "Grazie perché giochi con noi". C'è chi mi regala un disegno che mi ritrae (più bella di quel che sono) con su scritto "love" e chi ritaglia cuori di carta col mio nome scritto al centro. In questi giorni mi è stata dedicata addirittura una meravigliosa poesia, piena di versi davvero lusinghieri che mi hanno commosso fino alle lacrime. E una bimba di seconda mi ha regalato un anellino a forma di fragola, delizioso proprio come lei. Insomma c'è di che emozionarsi sul serio e risollevare la propria percezione di sè. Inoltre molte maestre, commissionandomi poesie o utilizzando quelle già esistenti, mi coinvolgono spesso nelle lezioni e nelle attività, contribuendo ad accrescere la stima che (non) ho di me. Basti pensare che la prima poesia studiata dai bambini della prima, è quella sul Natale scritta proprio da me. Spesso vengo chiamata in classe a declamare i miei scritti, e vi assicuro che sentirsi osservati da decine di occhi ammirati non ha davvero prezzo. Se non son soddisfazioni queste. Pensate che a volte i bimbi stessi si confondono chiamandomi "maestra". Nonostante tutto non di rado faticoso a stare nei miei panni, data la mia tendenza a vedere solo i lati negativi della mia situazione lavorativa (umiltà e ripetitività delle mansioni e scarso prestigio delle suddette). Il problema è che non so ancora cosa voglio fare nella vita, quindi mi è un po' difficile provare a cambiare le cose. Inoltre, a qualunque lavoro pensi, mi viene subito in mente una sfilza di motivi per cui non potrebbe mai essere quello giusto per me. E siamo alle solite: dovrei riuscire a smettere di lavorare. Soltanto che: 1) sono ormai troppo vecchia anche per la famosa dentiera d'oro che dovrebbe mantenermi a vita; 2) non gioco mai a lotterie e simili; 3) mi mancano 20 anni alla pensione. Insomma non ho scampo. O forse oggi è solo una giornata storta. Per fortuna la provvidenza provvede davvero: oggi una delle mie bimbe preferite (che presto mi lascerà per la prima media) mi ha detto che per lei sono come un'amica speciale cui dire tutto, e poi mi ha regalato delle margheritine raccolte nel prato, simbolo di purezza, innocenza, semplicità e amore fedele. Perfette dunque. Quindi forse non è vero che potevo "fare di più". Ma forse posso "dare di più": più amore ancora ad ogni singolo bambino che sia qui per accoglierlo. Nell'assoluta certezza che mi tornerà indietro 1000 volte più forte.

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